Frequenti improbabilità – EBook

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L’EBook di Frequenti improbabilità.

Descrizione

Una serie di racconti esistenziali, paranormali, metafisici, suggestivi di

Alessandro Chiometti

 

cartaceo: 162 pagine - formato 14x21cm
Euro 15,00 - isbn 9788885798076
versione E-Book in Epub e Mobi - Euro 2,90. Su Amazon a 3,56 euro

 

«Ma tu cosa vuoi?».

«Io? Niente! Sono venuto a farti compagnia, non cominciavi a soffrire di solitudine dopo quattro anni?».

«Se devo dire il vero, stavo meglio prima, senza sapere cosa mi era successo».

«Ma tu lo sapevi! Non potevi non saperlo: è successo a te!».

«Va bene, allora stavo meglio senza ricordarmelo, ok?».

«D’accordo, non ti arrabbiare».

«Ti rifaccio la domanda: cosa vuoi?».

«Ancora una volta non è la domanda giusta, Tony».

«Perché sei qui?».

«Qui dove?».

«Qui!».

versione cartacea

Informazioni aggiuntive

formato

epub, mobi

1 recensione per Frequenti improbabilità – EBook

  1. Kris

    “Frequenti improbabilità” (Tempesta Editore, 2018, pp. 162, Euro 15, 2° classificato al Premio “Sciotti” 2020), di Alessandro Chiometti, è un libro che incuriosisce e sorprende anzitutto per la sua “macchina” narrativa, così versatile da intercettare, nella unitaria multipolarità – per così dire – dei 13 racconti da cui è composto, altrettanti snodi nevralgici dell’esistenza tout court, esplorati alla luce del mondo contemporaneo e del suo delicato contesto. Definirei Chiometti un realista aperto alle eccezioni, teso com’è ad affrontare la rude potenza delle cose senza perdere la scintilla dei loro palpiti più segreti, ma anche a seguirne le tracce, le fratture e gli anfratti profondi senza ricomporre le dissonanze a posteriori, mistificando quanto trovato. È un narratore onesto, con se stesso e con il lettore: ha una volontà di scavo e, se possibile, di sabotaggio che gli impedisce di anteporre soluzioni di comodo, o edulcorate, alla ricerca etica della verità. L’oggetto primario delle sue pagine è l’alterità di ciò che esiste, la sua irriducibile presenza, il suo ingombro, il suo pugno nello stomaco. La scrittura nasce dalla vita e la vita insegue, nelle innumerevoli stratificazioni dello spazio-tempo, allargando ad ampio raggio i suoi vettori. Chiometti è anche fotografo, sa bene perciò che la scrittura, come la fotografia, dà «esistenza concreta all’attimo effimero» che altrimenti si perderebbe per sempre. Ecco dunque il quotidiano, o meglio l’ordinario, con le feritoie da cui si affaccia lo “straordinario” (ovvero l’ordinario stesso nel suo volto più autentico).

    Ma che cos’è, poi, “la” realtà? «Cosa ne sappiamo noi della realtà?» si chiede nell’Introduzione filosofica che funge da apripista alle successive narrazioni. Lo scrittore ternano ha per vocazione e formazione un imprinting scientista e materialista (incompatibile con l’oscurantismo e le ipocrisie delle religioni), ma – ed è qui il punto – non freddamente razionalista, poiché disponibile alle intuizioni del senso e dell’istinto, agli sconfinamenti microfisici e metafisici, addirittura alle epifanie del paranormale. «Non sappiamo niente», risponde dopo aver posto la domanda. E ancora: la realtà esiste di per sé o è una continua costruzione del nostro intelletto? Realismo o idealismo? Altrimenti detto: la luna smette di esistere se non la guardiamo? Chiometti propende per il realismo: la luna esiste anche se non la guardiamo. Però la cosiddetta “realtà” non è riducibile al suo aspetto grossolano e materiale, generalmente sopravvalutato o, peggio, unicamente considerato. Chiunque ragioni con l’accetta del manicheo viene sistematicamente smentito dall’esperienza. La realtà “non cape” ed è quindi molto più complessa degli schemi univoci in cui vorremmo imprigionarla. Si prenda ad esempio la visione aristotelica del mondo, in particolare il “principio di non contraddizione”. Ebbene, l’esperienza dimostra continuamente che «a un oggetto si possono associare più attributi spesso in contraddizione fra loro e allo stesso tempo negare questi attributi». Già gli antichi, del resto, sapevano che «la stessa cosa che ti dà la vita può darti anche la morte». La meccanica quantistica nel ’900 ha dimostrato che «il fotone è onda ed è particella», cioè che «una cosa può essere anche un’altra» per cui lo sguardo deve vedere le cose con una “profondità di campo” ben più ampia di quella superficiale e riduttiva che normalmente utilizziamo. Le stesse leggi naturali non conducono – W. K. Heisenberg docet – a una “completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo”. La realtà obbedisce a funzioni probabilistiche dove tutto fluttua ed è quindi instabile, incerto, imponderabile, pieno appunto di frequenti improbabilità. È questa la Weltanshauung, prima ancora della poetica, a cui si sintonizzano i racconti, e da qui nasce la spinta propulsiva che ne accende il motore e ne governa il meccanismo. Gli spazi risultano spesso sfaccettati e ricomposti come in un quadro cubista o astratto, e così i tempi, che si possono sovrapporre o mescolare contro ogni logica di tipo lineare. I confini tra vita e morte, o veglia e sogno, o natura e surrealtà sono molto più fluidi di una visione razionalistica e riduzionistica della complessità perlopiù inconoscibile da cui originano. Ci si può ritrovare, per esempio, a contemplare un panorama generato dal cervello in coma, o vivere anni come fossero istanti, mentre il corpo fisico vegeta in un letto d’ospedale e qualcuno si prepara a staccare la spina (“La scogliera”).

    Pur essendo spesso ambientati a Terni, i racconti di questo libro sembrano dialogare con il mondo intero o, per meglio dire, con le dimensioni ampie e parallele della molteplicità. «Qui», infatti, «è una parola che non ha senso», perché in ciò che viviamo entrano potentemente i «filtri della vita cosciente» e «neanche la più straordinaria delle menti può garantirci che quello che stiamo facendo, leggendo o guardando in questo momento sia la realtà o piuttosto un’illusione dovuta a qualche strano gioco dei nostri neuroni». Il passato quindi può riaffiorare attraverso sogni rivelatori (“Le streghe dell’est”) o visioni e allucinazioni (“El fantasma”, “Il vero nome del gatto”), oltre che, più normalmente, per via mnemonica, attraverso ricordi ad esempio storici (“Sana e robusta”) o sentimentali (“Il capitano del mio cuore”). Le paratie dello spazio-tempo sono mobili, assomigliano piuttosto a porte girevoli, varchi e incroci che consentono transiti. Chiometti non nasconde la ferocia della vita e lo squallore della società in cui viviamo, «un mondo di stronzi» con sintesi efficace e lapidaria. Emblematica è la vicissitudine “fantozziana” di Emanuele, il ragazzo ternano che va a Roma per assistere al concerto di Manu Chao e viene più volte derubato, anche per la sua ingenuità ma soprattutto per la jungla da homini lupus che lo “accoglie” fin dall’arrivo nella Capitale e che lo porta al punto di venire obnubilato, mediante una birra drogata offertagli da un gruppo di coetanei malintenzionati (“Ciao Manu!”). Chiometti prova una particolare ebbrezza nello scoperchiare le botole segrete del palcoscenico, svelando ad esempio la contrapposizione dialettica tra i giochetti sporchi del Potere e la «vita di merda» dei signor nessuno, il popolo, la gente comune. Da cui la ribellione: o innocua e privata come quella del barista che sputa «nelle tazzine degli stronzi», cioè la manager disumana, l’onorevole colluso e il sindaco compiacente, giunti a festeggiare nel suo locale (“Soddisfazioni”); o dirompente e pubblica come quella “totale” di Cutter, alias Aureliano De Longhi, il protagonista del bellissimo “Dimenticare Aureliano”. «Quando aveva cominciato a girare storto il mondo?». Con la società tecnocratica globalizzata hanno creato un futuro soltanto per resilienti, cioè sudditi disposti a tollerare qualunque sopruso: «bisognava essere pronti a tutto». Cutter viene chiamato così perché è colui che «con questa storia di sfruttamenti e vessazioni ci ha dato un taglio», un prometeo che ha acceso fuochi in tutto il mondo. «Lei è un pazzo criminale» gli dice in diretta televisiva Donna Alfa, la falsissima e ipocrita intervistatrice. «Io ero pazzo» le risponde Cutter. «Ora sono guarito. Io ero pazzo ad accettare senza fiatare che per anni abbiate distrutto le nostre vite senza neanche lasciarci il minimo necessario per sopravvivere».

    «E quindi lei pensa di aver cambiato il sistema!»
    «No, io credo di aver detto “diamoci un taglio”, poi qualcuno mi è venuto dietro»
    «Qualcuno? Circa duecento emulatori solo in Italia, quasi quattromila nel mondo. Ha scatenato una guerra!»
    «La guerra l’avete scatenata voi quando avete creato gli esodati, quando avete legalizzato il caporalato, quando avete tolto ogni diritto ai lavoratori, quando il semplice stipendio di un onesto lavoratore non solo non è stato più garantito ma, quando c’era, non riusciva neanche a pagare il dentista del figlio. Beh, mia cara, sa cosa dice Lao Tze della guerra?»
    «Cosa dice?»
    «Di non iniziarne mai una se non sei sicuro di vincerla!»

    A un certo punto si legge che Cutter inarca la bocca «in un ghigno degno del Joker», e Joker della scrittura è anche un autore versatile ed eversivo come Chiometti. Il Joker è legibus solutus, è colui che scompiglia le carte e fa saltare gli schemi, mandando all’aria l’ordine ingiustamente stabilito da coloro che ne traggono vantaggi. Attenzione però, questa carica di impegno sociale e politico non assume mai i toni enfatici o populistici del “comizio”: il narratore cioè non smette mai di fare il suo mestiere. E lo fa con il dono naturale di farsi leggere, raccontando storie fluide, segnanti, talora iconiche, sempre ricche di vita e di esperienza. Chiometti ha un’ottima capacità di affabulazione, con cui cattura lo sguardo del lettore mentre attraversa in modo sempre interessante i livelli tendenzialmente inafferrabili del mondo contemporaneo. Non riduce la complessità delle cose, ma anzi ne estrae tutta la ricchezza, le molteplici dimensioni. Ciò gli consente di fare narrativa parlando di politica, scienza, tecnica, storia, ecc. immergendosi con esatta e puntuale documentazione, e conseguente proprietà lessicale (ad esempio i dialetti regionali e i gerghi professionali), in semiosfere diverse da quelle tipiche del letterato puro. C’è una impronta mimetica che spinge le cose ad emergere dalla pagina, vive e concrete: è la scrittura che diventa mondo adattandosi – con trasformazioni metamorfiche “a vista” – alla materia che di volta in volta vuole incarnare. E infatti non è vero che (come osserva nella sua “Nota d’autore” conclusiva, riportando il parere di alcuni lettori) si tratta di racconti che «non sembrano scritti tutti dalla stessa mano»; è vero semmai che rappresentano le tante anime dello stesso autore, e questo si riconosce appunto dalla “mano”, dall’impronta originale, dalla coerenza dello stile pur nell’eterogeneità delle direzioni intraprese.

    Marco Onofrio
    https://marconofrioscrittore.wordpress.com/2021/01/16/frequenti-improbabilita-di-alessandro-chiometti-lettura-critica/

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