: Roma

    Moglie di Piergiorgio Welby (Roma, 26 dicembre 1945 – Roma, 20 dicembre 2006) è stato un attivista, politico, giornalista, poeta e pittore italiano, impegnato per il riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico in Italia e per il diritto all’eutanasia, nonché co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni. Militante del Partito Radicale, Welby balzò alle cronache negli ultimi anni di vita quando, gravemente ammalato, nei suoi scritti chiese ripetutamente che venissero interrotte le cure che lo tenevano in vita.

    Figlio di Alfredo (1910 – 1998), ex calciatore della Roma e della Reggina, fu affetto da distrofia muscolare in forma progressiva dall’età di 16 anni. La malattia, progredendo lentamente (nonostante il medico che la diagnosticò avesse detto che non avrebbe superato i vent’anni), non gli consentì più di parlare, di compiere movimenti e lo costrinse, nello stadio finale, a stare immobile su un letto, sempre a mente lucida. Egli stesso raccontò la sua storia nel libro Lasciatemi morire.
    Durante gli anni sessanta e settanta trovò parziale sollievo dalle sofferenze facendo uso di droghe, dipingendo e scrivendo (anni dopo il New York Times lo avrebbe definito «poeta»). Sempre in quegli anni incontrò durante un viaggio parrocchiale a Roma colei che divenne a breve sua moglie, Wilhelmine Schett oggi conosciuta come Mina Welby.
    Fu sua moglie che nel luglio 1997, chiamò i soccorsi in seguito ad una crisi respiratoria di Welby, il quale, per sopravvivere, fu attaccato ad un respiratore automatico in seguito ad una tracheotomia. Questa condizione lo spinse a chiedere più volte che gli venisse «staccata la spina», ma la sua richiesta non fu subito accolta in quanto pareva contrastante con le leggi in vigore.
    Per far conoscere la propria situazione, aprì nel 2002 un forum sull’eutanasia, in uno spazio concessogli dai Radicali, i quali lo elessero anche come co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, e un blog personale. Sempre sul sito radicale sono raccolti numerosi suoi editoriali.
    Il 12 aprile 2005, benché incapace di muoversi, fu accompagnato da esponenti del Partito Radicale a votare in occasione del referendum sulla fecondazione assistita. In seguito fu inserita una norma che ha consentito, a partire dalle elezioni della XV Legislatura, di votare ai degenti impossibilitati a recarsi alle urne.
    È stato candidato per la Camera dei deputati nelle liste della Rosa nel pugno per le Elezioni politiche del 2006 nella circoscrizione Lazio 1 pur non risultando eletto.
    « Come già Luca Coscioni, a mio turno sono oggi oggetto di offese e insulti, di pensieri, parole, aggressioni alla mia identità ed alla mia immagine, quasi non bastassero quelle perpetrate al corpo che fu mio e che, invece, vorrei, per un attimo almeno, mi fosse reso come forma necessaria del mio spirito, del mio pensiero, della mia vita, della mia morte; in una parola del mio essere »
    Chiese ufficialmente la propria morte nel 2006: il caso di Welby (per alcuni «eutanasia» – precisamente eutanasia passiva, per altri rifiuto dell’«accanimento terapeutico», per altri ancora diritto all’autodeterminazione) – simile a quello di Ramon Sampedro ed altri – suscitò in Italia un acceso dibattito sulle questioni di fine vita e, più in generale, sui rapporti tra legge e libertà individuali.
    Nel settembre 2006 Welby inviò una lettera aperta al Presidente della Repubblica chiedendo il riconoscimento del diritto all’eutanasia[8]. Giorgio Napolitano rispose auspicando un confronto politico sull’argomento.
    Nel pieno della polemica, suscitò ulteriore scalpore una presunta intervista alla moglie ed alla figlia di Welby, uscita sul quotidiano La Stampa nell’ottobre 2006, nella quale, asseritamente, le due donne si dichiaravano contrarie alla sua richiesta di liberarsi dalle proprie sofferenze, negando altresì qualsiasi contatto com il Partito Radicale ed il suo leader Marco Pannella,col quale, invece, Welby coltivava da anni un rapporto di amicizia. Peraltro, Welby e la moglie non avevano avuto alcun figlio, tanto che l’autrice del pezzo fu costretta a smentire in parte quanto scritto, riconducendo il tutto ad «uno spiacevole disguido» pur negando che si trattasse d’una falsa intervista.
    La Chiesa cattolica, il 21 novembre 2006, in un messaggio per la 29ª giornata per la vita del 4 febbraio 2007, riaffermò la sua contrarietà all’eutanasia: « Chi ama la vita si interroga sul suo significato e quindi anche sul senso della morte e di come affrontarla […] Ma non cade nel diabolico inganno di pensare di poter disporre della vita fino a chiedere che si possa legittimarne l’interruzione con l’eutanasia, magari mascherandola con un velo di umana pietà »
    Il 5 dicembre 2006 Barbara Pollastrini, ministro per i diritti e le pari Opportunità, chiese «rispetto, comprensione e pietà» nei confronti di Welby.
    Il 6 dicembre 2006 Livia Turco, ministro della salute, auspicò un intervento del Consiglio superiore di sanità che chiarisse se nel trattamento medico a cui era sottoposto Welby fosse ravvisabile accanimento terapeutico. Il Consiglio diede parere negativo.
    L’8 dicembre 2006, in una lettera inviata al Tg3, Welby paragonò la sua condizione a quella vissuta da Aldo Moro durante la prigionia.
    In un sondaggio promosso dal quotidiano La Repubblica e condotto dalla rivista MicroMega il 64% degli intervistati (il 50% tra i cattolici praticanti ed il 71% tra i cattolici non praticanti) si dichiarò favorevole all’interruzione delle cure mediche per Welby, contro il 20% dei contrari.
    Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta dei legali di Welby di porre fine all’accanimento terapeutico, dichiarandola «inammissibile», per via del vuoto legislativo su questa materia. Secondo il giudice esiste il diritto di chiedere l’interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale, ma è un «diritto non concretamente tutelato dall’ordinamento». Nella stessa giornata si svolsero in 50 città delle veglie a sostegno delle volontà di Welby.
    Il 20 dicembre 2006 il cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, dichiarò: «I medici dicano se la macchina che aiuta a respirare Welby è inutile o sproporzionata e se non fa altro che prolungare l’agonia di una imminente morte»
    Lo stesso giorno, verso le ore 23.00, Piergiorgio Welby si è congedato dai parenti ed amici riuniti al suo capezzale, ha chiesto di ascoltare musica di Bob Dylan e, secondo la sua volontà, è stato sedato e gli è stato staccato il respiratore. Verso le ore 23.45 è quindi spirato. Il dottor Mario Riccio, anestesista, ha confermato durante una conferenza stampa tenutasi il giorno successivo, di averlo aiutato a morire alla presenza della moglie Mina, della sorella Carla e dei compagni radicali dell’Associazione Luca Coscioni: Marco Pannella, Marco Cappato e Rita Bernardini.
    Il 1º febbraio 2007 l’Ordine dei medici di Cremona ha riconosciuto che il dottor Mario Riccio ha agito nella piena legittimità del comportamento etico e professionale, chiudendo la procedura aperta nei suoi confronti. L’8 giugno 2007 il giudice per le indagini preliminari ha comunque imposto al pm l’imputazione del medico per omicidio del consenziente, respingendo la richiesta di archiviazione del caso, ma il 23 luglio 2007 il GUP di Roma, Zaira Secchi, lo ha definitivamente prosciolto ordinando il non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato.
    Il Vicariato di Roma non ha concesso a Welby la funzione secondo il rito religioso come nei desideri della moglie cattolica: «In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica»
    Il vicario generale per la diocesi di Roma, cardinal Camillo Ruini, ha dichiarato di aver preso personalmente la decisione di negare il funerale religioso a Welby: (per la Chiesa) «il suicidio è intrinsecamente negativo», si tende a concedere il funerale religioso presupponendo che sia mancata «la piena avvertenza e il deliberato consenso. […] Nel caso di Welby era molto difficile, del tutto arbitrario e anche irrispettoso verso di lui dire questo». Ruini ha anche dichiarato «Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire “il suicidio è ammesso”».
    Anche il cardinale Ersilio Tonini, a Controcorrente (l’approfondimento di SKY TG24 condotto da Corrado Formigli), si è espresso sulla vicenda affermando che «il suo suicidio è stato concepito e realizzato con l’obiettivo di promuovere una legge sull’eutanasia».
    Al riguardo, il cardinal Ruini ha parlato di: « sofferta decisione […] nella consapevolezza, di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre » (fonte Wikipedia)